Il “principio di tutti i principi” e il suo ruolo nella critica husserliana dell’empirismo

“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, diceva Einstein. In effetti, siamo stati tutti educati secondo la sterile ripartizione cartesiana del mondo. Ciò che esiste è o qualcosa di fisico o qualcosa di mentale. I fenomeni, così come li intende la fenomenologia, rimangono fuori da questa ripartizione. E’ perciò comprensibile il diffuso scetticismo che circonda tale filosofia, fin dalla sua fondazione.

In fin dei conti, anche Husserl, nell’introduzione al primo libro delle “Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica”, ammette che la fenomenologia sia “una scienza essenzialmente nuova, in virtù della propria pecularità di principio lontana dal modo naturale di pensare”.

Ma il filosofo, diceva Edith Stein, deve guardare il mondo “con occhi spalancati”. Deve mettere in discussione ciò che gli è stato insegnato; deve avere il coraggio di guardare le cose così come appaiono, e di trovare la loro essenza; deve dare voce alle proprie intuizioni e non deve accontentarsi mai di quello che sa, nella consapevolezza del fatto che la propria conoscenza non sarà mai esaustiva e incontrovertibile. Dopotutto, il primo ostacolo alla conoscenza dell’uomo è la limitata ragione umana, e il celeberrimo demone di Laplace, nostro malgrado, non esiste.

Husserl continua la sua introduzione dicendo che “ciò che rende così difficile appropriarsi dell’essenza della fenomenologia […] è la necessità di assumere un atteggiamento nuovo e completamente diverso, in contrasto con l’atteggiamento naturale caratteristico del nostro pensiero e della nostra esperienza. Muoversi liberamente in questo nuovo atteggiamento, senza ricadere nei vecchi, imparare a vedere, a distinguere e a descrivere ciò che sta dinanzi agli occhi esige studi specifici e ardui”. Imparare a vedere, quindi. Imparare a vedere i fenomeni con occhi nuovi, nella convinzione che NULLA APPARE INVANO.

Oggigiorno è “come se il mondo della vita e della coscienza quotidiana e quello della distanza filosofica fossero due galassie separate da anni luce di distanza critica, e guai a confondere l’uno con l’altro” [1]. Da una parte sta la scienza (che studia gli eventi fisici e quelli psichici), e dall’altra la filosofia (che prescinde dall’esperienza).

Questo modo di indagare la realtà di sicuro non è esaustivo dal punto di vista conoscitivo. Se io dico, infatti, che una fotografia è “un’immagine ottenuta attraverso un procedimento ottico, meccanico e chimico, dovuta alle variazioni prodotte dalla luce su determinate sostanze” [2], sto riducendo il fenomeno al puro meccanismo causale. Un dato procedimento, verificato sperimentalmente (ma nonostante ciò potenzialmente falsificabile [3]), ha come effetto la creazione di una foto. Ma cos’è la foto in sè? Posso ridurla a tale meccanismo? Potrei dire che una foto è ciò che io vedo. Ma questo è senza dubbio un mio processo mentale, non l’essenza della foto. Come faccio a dire che quella che ho davanti è “una” foto, che è un “esemplare” di tutte le foto possibili? Forse perchè ha delle caratteristiche essenziali, universali e necessarie, che la fanno essere una “foto” e nient’altro? [4]

L’empirismo nega l’esistenza di queste essenze, cioè dell’insieme di proprietà, universali e necessarie, che sono essenzialmente caratteristiche di un tipo di cosa, tali che se la cosa non le possedesse non sarebbe quel tipo di cosa.

Ma per portare avanti un’attenta critica a tale “atteggiamento di sospetto” nei confronti delle apparenze, non basta certo la misera capacità dialettica di chi vi parla. E’ utile, invece, adottare le argomentazioni che Husserl espone nei “Fraintendimenti naturalistici” [5]. Nel primo capitolo della prima sezione, il filosofo tedesco aveva compiuto una chiarificazione di principio circa i dati di fatto e le essenze. Seppur distinguibili, dati di fatto ed essenze, così come scienze empiriche e scienze eidetiche, sono inseparabili. “Ogni scienza di dati di fatto” – infatti – “ha fondamenti teoretici essenziali in ontologie eidetiche” [6], così come non esiste fenomenologia pura che non sia applicata, che cioè non renda possibile un’“evidenza” (prova) di ciò che dice. Ogni conoscenza fenomenologica, infatti, deve essere GIUSTIFICATA e PUBBLICAMENTE ACCESSIBILE. Quella cercata dalla fenomenologia è un’evidenza fondata IN RE, OGGETTIVA, UNIVERSALE. Ogni vedere eidetico è fondato in un vedere empirico (cioè non ne è separato, ma è distinto da esso).

L’atteggiamento in cui Husserl vuole introdurci è quello della “filosofica epochè“, cioè della sospensione del giudizio. Nella fattispecie si tratta di sospendere il giudizio “nei riguardi del contenuto dottrinale di tutte le filosofie precedentemente date”. Ciò che preoccupa il nostro filosofo è che le scienze empiriche, nella loro negazione di ogni tipo di conoscenza eidetica, possano ostacolare il loro stesso processo. Tali scienze, come abbiamo già detto, presuppongono una “fondazione eidetica”, la quale, se fosse negata, porterebbe alla negazione dell’intera scienza da essa fondata.

Potremmo aggiungere con Hering che “ogni scienza è obbligata ad operare con un certo numero di concetti che essa non può giustificare nè per deduzione nè per induzione, dato che essi si ritrovano alla base di questi stessi procedimenti.” [7]

Eppure il naturalismo empiristico asserisce che l’unico modo di conoscere la verità è conformarsi alle cose stesse, alla realtà effettuale, sperimentabile. In questo modo, però, si riduce la realtà alle cose della natura, e l’esperienza all’esperienza sensibile. Ne consegue che ogni dato è sempre e solo un dato sensoriale.
Ma gli assiomi della scienza, come abbiamo visto, non sono affatto frutto di sperimentazione. Essi sono auto-evidenti, indimostrati, e traggono la loro validità da intuizioni originalmente offerenti.

Gli empiristi, però, si rifiutano di accettare questa verità. Se interrogati su tale questione, tentano di appellarsi “all’induzione e al complesso di ragionamenti mediati per mezzo dei quali la scienza empirica raggiunge le sue proposizioni generali”. Ma come può l’esperienza diretta, che è sempre e solo esperienza particolare e mai generale, fornire tale costrutto teorico? Come può la scienza dire che il proprio metodo è vero, se non può dimostrarlo empiricamente?

“In verità” – dice Husserl – “tutti vedono ininterrottamente “idee”, “essenze”, operano con esse nel pensare e compiono giudizi “eidetici” – soltanto, le negano dal loro “punto di vista” gnoseologico.” [8]

E cos’è questo, se non un pregiudizio?

Anche nel campo opposto, cioè tra chi respinge la tesi empiristica, dominano una serie di equivoci.
C’è, infatti, chi rivendica la legittimità della conoscenza eidetica in nome di un pensare puro, “a priori”, interpretando l’evidenza come un sentimento, “come un mistico index veri“. Ora, non sarà difficile comprendere che anche tale tesi è fallace, in quanto l’evidenza non è un sentimento ma, come chiarito in precedenza, è una “prova” fondata IN RE.

Se le essenze fossero interpretate dalla fenomenologia come una sorta di concetti IN MENTE TANTUM, forse innumerevoli dibattiti non avrebbero avuto luogo. Ciò che “scandalizza”, invece, è il fatto che Husserl, e con lui tutti i fenomenologi, abbiano attribuito alle idee un vero essere, esattamente come alle cose reali.
Poniamo per assurdo che l’obiezione naturalistica sia vera, e che i concetti siano nient’altro che “formazioni psichiche”. Nessuno potrebbe contraddirci se dicessimo che anche i numeri sono concetti, e come tali formazioni del pensiero. Ma chi potrebbe definire un numero esclusivamente un “prodotto psichico”?La mia rappresentazione del numero non è il numero stesso! Se dicessimo questo, urteremmo contro il senso del discorso aritmetico, “un senso che sta prima di tutte le teorie ed è in ogni momento chiaramente evidente nella sua piena validità”. I concetti, dunque, non possono essere formazioni psichiche, ma devono avere una qualche esistenza extramentale.

Gli empiristi potrebbero, però, continuare ad obiettare che noi costruiamo arbitrariamente dei concetti nuovi, che non possono avere una posizione reale e che dunque non hanno legittimità. Anche questa critica è facilmente superabile. Infatti, dire che le essenze abbiano natura extramentale, e che siano inseparabili dai dati di fatto, non significa che tutto ciò che viene immaginato esista. Si potrebbero ricordare gli esempi di Gaunilone (“l’isola perfetta”), di Kant (“i cento talleri”) o dello stesso Husserl (“il centauro che suona il flauto”), ma sarebbe sicuramente superfluo [9]. Basterà dire che il vedere eidetico su cui si fonda la fenomenologia è cosa ben diversa dalla sterile immaginazione che non ha alcun legame con la realtà. “Il vedere eidetico è un atto originalmente offerente ed è quindi l’analogo del percepire sensibile e non dell’immaginare.

Nella nostra trattazione, pur supponendolo, abbiamo omesso il principio fondamentale della fenomenologia, e cioè “il principio dei principi”:

Ogni intuizione originalmente offerente è una sorgente legittima di conoscenza, e tutto ciò che si dà originalmente nell’“intuizione” (per così dire, in carne ed ossa) è da assumere come esso si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui si dà.

Nonostante la traduzione di questo passo sia controversa [10], possiamo dire con Hering che “il grande “principio dei principi” di Husserl è di non servirsi mai di un concetto, qualunque esso sia, che non sia anzitutto passato attraverso il fuoco della prova intuitiva.”

Da ciò risulterà chiaro che la fenomenologia è contraria ad ogni tipo di dogmatismo e che il suo compito non è quello “di “ridurre” e di “spiegare”, ma di condurre e di esplorare”, senza formulare un metodo preciso e sistematico qual è quello scientifico [11], ma lasciandosi guidare oltre le apparenze dalle apparenze stesse, perchè ogni tipo di cosa ha un suo modo specifico di darsi a conoscere.

Naturalmente, però, “nessun fenomenologo ha mai preteso che tutte le verità siano intuitivamente accessibili a tutti gli uomini”, e che tutte si dimostrino perfettamente “adeguate” al fenomeno e come tali incontrovertibili. Proprio come le verità scientifiche, anche quelle eidetiche sono suscettibili di errori. Max Scheler arriva anche a dire che la filosofia fenomenologica è lo studio delle essenze, “nella misura in cui il nostro mondo ci dà accesso a quelle“. Sarebbe, dunque, ingenuo pensare che la nostra ragione e la nostra capacità intuitiva possano condurci al possesso della piena conoscenza.

Per concludere, basterà ricordare che “la filosofia fenomenologica è un esercizio di conoscenza indissociabile da un esercizio spirituale” e che, quindi, essa “non teme la propria inconcludenza, nè la propria inutilità “. [12]


1 – R.De Monticelli, “La conoscenza personale”, I meditazione, pag.23
2 – Definizione tratta da Zingarelli minore, Zanichelli editore.
3 – Il falsificazionismo dell’epistemologia contemporanea, lo ricordiamo, consiste nel principio che un asserto scientifico è tanto più vero quanto più esso è sottoposto a ricercare, anzichè la verifica dei fenomeni, la loro falsificazione, essendo la ricerca scientifica sempre suscettible di nuove verità e dunque mai esaustiva. “La ricerca non finisce mai.”(K.R.Popper).
4 – Appare chiaro, quindi, il concetto di riduzione fenomenologica, cioè di “messa fuori gioco” sistematica di tutte le conoscenze precedentemente acquisite e di tutti i “pregiudizi” di cui sopra si è parlato. In questo modo è necessario assumere quell’atteggiamento di epochè, cioè di sospensione del giudizio, che rende possibile il vedere eidetico.
5 – E.Husserl, “Idee “, Volume I, Sez. I, cap.II
6 – “Al senso di ogni essere contingente appartiene un’essenza, un eidos afferrabile nella sua purezza“, cap. I, § 2
7 – Jean Hering, “Fenomenologia e filosofia religiosa”, parte II, cap. II, § 3
8 – cap.cit., § 22. “La cecità rispetto alle idee è una sorta di cecità dell’anima; a causa di pregiudizi si è divenuti incapaci di trasferire sul piano giudicativo quello che si possiede nella sfera dell’intuizione”.
9 – “Non ogni pensiero, secondo la fenomenologia, implica un dato.” J.Hering, § cit.
10 – Un’altra versione, presente nel citato libro di J.Hering, è la seguente: “Ogni intuizione generatrice di dati immediati è una fonte legittima di conoscenza, e tutti i dati immediati (in qualche modo “auto-presenti”) devono essere puramente e semplicemente accettati così come si presentano all’intuizione.
11 – In effetti, il movimento fenomenologico non è neppure una scuola, come ricordato da J.Hering nel libro citato, Parte II, cap. I, § 1.
12 – R.De Monticelli, “La conoscenza personale”, II med., § 1.