Come si modifica, nel tempo, la funzione terapeutica gruppale in una Comunità Terapeutica

di Beatrice di Giuseppe, Giorgio Villa

Continueremo ad esplorare
e alla fine delle nostre esplorazioni
ci troveremo al punto da cui siamo partiti
e conosceremo il posto per la prima volta.

T.S. Eliot

Premessa

E’ risaputo che la funzione terapeutica generale di una Comunità Terapeutica per pazienti schizofrenici, per portatori di gravi disturbi di personalità e per pazienti dalla doppia diagnosi risiede nel suo clima ovvero nella sua capacità di modulare, come un corpo vivente, – sotto il segno di una chiara leadership – gli elementi più legati alla quotidianità con quelli, invece, connessi a settings e dimensioni psicoterapeutiche di tipo per lo più gruppale e, per altro verso, individuale.

L’obiettivo del nostro lavoro è valutare come si modifichi la funzione terapeutica del gruppo del disegno, uno dei dieci gruppi della Comunità Terapeutica nella quale lavoriamo da molti anni, cercando di evidenziare con sempre maggiore finezza gli elementi in gioco.

Ulteriore obiettivo è quello di permettere agli operatori delle Comunità Terapeutiche di rendersi conto che il loro lavoro si trasforma non solo perché cambia la psicopatologia prevalente che fa riferimento alle strutture terapeutiche per i pazienti più gravi, ma cambia pure il mandato sociale e, quindi, la cosiddetta mission delle Comunità Terapeutiche e muta anche la percezione interna degli operatori di fare un lavoro diverso da quello che veniva svolto anni prima.

E’ importante che ci si renda conto delle sempre nuove relazioni esistenti fra fattori psicopatologici degli ospiti, fattori emozionali dello staff (molte volte connessi con il suo stesso ciclo vitale) e fattori sociali-burocratico-economici dal momento che il lavoro nelle Comunità Terapeutiche espone frequentemente gli operatori non solo ad elevati rischi di burn-out, ma anche alla chiusura in una autocelebrazione di qualche “mito delle origini” tramite il mantenimento di una propaganda che rende sterile ogni tentativo di interpretare i cambiamenti e le domande che la realtà storica costantemente ci propone.

La espressività psicopatologica

Una lunga serie di vicissitudini ha subito, nel corso degli ultimi quaranta anni, la espressività psicopatologica.
Secondo gli studi di Rapoport (1960) questa dimensione si radica soprattutto nella permissività (permissiveness), tanto diffusa nel clima terapeutico comunitario inglese degli anni 60 (Jones, 1982; Main, 1946) e nella democratizzazione (democratization).

Nel film Family life (1971) Ken Loach stigmatizza con glaciale ferocia le rigide convenzioni famigliari che coartano la capacità di esprimere una propria autenticità da parte della protagonista, costretta ad abortire da una madre autoritaria e da un padre debole ed assente.

Pochi anni prima la valorizzazione della art brut [1] (Dubuffet, 1989) e primitiva stabiliva un nesso fondato sulle osservazioni di Levy Bruhl (1922) fra arte primitiva, arte “dei bambini” e arte psicopatologica e conferiva ai prodotti delle persone ospedalizzate nei grandi manicomi una visibilità inedita destinata ad un effimero, ma pur sempre eccezionale, splendore in occasione del primo convegno dedicato all’arte psicopatologica organizzato nel 1950 a Parigi da Volmat (1956).

Ciò che nei manicomi era, da sempre, dominio del rifiuto e dello sporco poteva, quindi, essere riconsiderato e posto in una cornice di senso colma di riferimenti potenzialmente autobiografici e comunicativi.

Tutto ciò si pone all’interno del circuito ermeneutico che coinvolge costantemente chi osserva rispetto a chi, potenzialmente, esprime qualcosa tramite il prodotto stesso della espressione: è questo stesso circuito che, sia detto per incidens, ci spinge, ogni tanto, a scrivere e a sottoporre i nostri prodotti a una potenziale comunità di lettori.

In Italia all’epoca delle lotte anti-istituzionali degli anni ’70 tutto ciò che usciva dal manicomio aveva il profumo della ribellione e dell’atto creativo.

Marco Cavallo, la grande opera in cartapesta costruita a Trieste, nell’ex reparto P, vuoto e squallido, nel corso di uno straordinario laboratorio espressivo fra gennaio e febbraio del 1973 e concepita a Natale dell’anno prima a casa di Franco Basaglia da un gruppo di amici, portò alla creazione di una statua bellissima che, come una sorta di cavallo di Troia al contrario, portò alla drammatizzazione della sua uscita dal manicomio; dal momento che era troppo grosso fu necessario abbattere parte del muro intorno alla porta del reparto P per consentire a Marco Cavallo di uscire fuori per la città con una grande festa estemporanea (Scabia, 1976).

In altri casi l’espressività rimaneva nell’ambito dello sberleffo e della burla, ma restava, comunque, il segno di una critica radicale rispetto ad un potere che si avvertiva sempre più statico ed opprimente: basti pensare alla famosa gita in barca dei ricoverati di Qualcuno volò sul nido del cuculo che, sotto la spinta irridente e vitalistica di uno splendido Jack Nicholson, finiscono per rubare un peschereccio e per continuare a navigare in tondo.

Naturalmente non esiste alcuna espressività “pura” né svincolata dalla storia, grande o piccola che sia, e nessun gesto può essere posto al di fuori della analisi del circuito ermeneutico nel quale, fatalmente, è calato.
Non è un caso che siamo più interessati alle classificazioni dello psichiatra tedesco Hans Prinzhorn (1922) che all’esame delle 5000 opere da lui raccolte dai vari ospedali tedeschi e concernenti circa 450 ricoverati [2]. Il nostro stesso studio, ammesso che duri nel tempo, sarà valutato per la capacità di palesare le relazioni storico-politiche-culturali della nostra epoca, il sistema di valori implicito e i nostri codici di repressione preventiva delle emozioni e del pensiero.

Del resto fu proprio l’opera pionieristica di Prinzhorn che ha permesso la nascita dell’arte terapia, il grande evento del congresso mondiale del 1950, coordinato da Robert Volmat, le teorizzazioni di Ernst Kris, di Silvano Arieti e di Gaetano Benedetti.

Dare spazio e dare contenimento

Dario De Martis (1982) parlando dell’incontro psicoterapeutico con il paziente grave scriveva:

Quindi un abisso ci separa […]. Sarà possibile colmare questo vallo? Potrò gettare magari un esile ponte fra le due sponde? Ma perché proprio io dovrei assumermi un compito che, nella sua gravità, posso sentire megalomane? (p. 168)

Ogni approccio con la sofferenza mentale grave incontra il fantasma della megalomania e, al contempo, il rischio di perdersi negli abissi della mente: per questo il tema del “dare spazio” non può che essere connesso con il “dare contenimento” ed è un tema improntato da una intensa reciprocità.

I fattori emozionali riguardanti lo staff influiscono notevolmente su questa reciprocità e, sostanzialmente, rimane come una pietra miliare la domanda che l’antropologo sociale Robert Rapoport pose al termine della sua famosa indagine presso l’ospedale Henderson, dove era stato chiamato da Maxwell Jones e cioè se i fattori legati al successo di una comunità terapeutica fossero inseriti in un metodo formativo e procedurale standardizzabile o dipendessero prevalentemente dalla qualità della sua leadership. In effetti il passaggio di Maxwell Jones negli Stati Uniti e i vistosi processi di involuzione nello staff dell’ospedale Henderson sembra che facessero pendere il piatto della bilancia circa gli effetti del potere terapeutico di una équipe in questa seconda direzione.

Il tema del “dare spazio” è quindi strettamente connesso con il sentimento di fragilità che spesso lo staff si trova a vivere: i fattori emozionali influiscono enormemente su questa fragilità ed una leadership incerta non può che portare a rapide dispersioni di una esperienza per tanti versi da tempo stratificata.

Dobbiamo essere consapevoli che il dare spazio ha a che vedere con la capacità di sentirsi spalleggiati e protetti e di poter lavorare in un contesto burocratico-amministrativo chiaro. Non serve portare avanti la logica del sacrificio e della abnegazione: ogni operatore che generosamente sia disposto a portare da casa materiali e beni perché la sua Comunità Terapeutica è povera e bisognosa, dopo poco tempo avvertirà il senso di essere rapinato o, peggio ancora, di essere in credito verso il suo staff e, quindi, di cominciare il proprio turno di lavoro già stanco o prosciugato.

Nel dare spazio è presente pure la percezione che il processo che viene attivato ha un potere asintotico infinito: occorre pensare di poter aprire una serie ininterrotta di “stanze della mente” dove poter depositare molti oggetti, molti contenuti mentali difficilmente digeribili e classificabili che possono rimanere lì in attesa di un senso che li arricchisca di un significato o, almeno, di un alone narrativo.

Le gravi crisi ricorrenti di Bernardo, schizofrenico paranoide trentenne, avevano impedito, nel corso dei primi sei mesi di ricovero in Comunità, di inserirlo non solo nei gruppi terapeutici e in quelli espressivo-ricreativi ma anche, stabilmente, nel ciclo delle corvée. A stento si evitava il ricovero al Servizio di Diagnosi e Cura e spesso occorreva “placcarlo” con metodi veramente di tipo manicomiali nel fondato timore che, in crisi, potesse farsi del male o precipitare da una finestra. Tuttavia ad ogni crisi, all’interno dello staff veniva sedimentata una nuova acquisizione: una volta si comprendeva che la crisi partiva da misteriosi “tiraggi” interni, altre volte emergeva il carattere erotico più marcatamente esibizionistico, altre volte veniva messa in luce la stretta relazione provocatoria con una visita della madre, protrattasi più a lungo di quanto non fosse stato concordato con gli operatori in sede di contratto terapeutico. Insomma il “dare spazio” alle crisi andava di pari passo con la capacità di inserire, malgrado tutto, la madre, con Bernardo, nel gruppo multifamigliare e di accettare gli oggetti bizzarri costituiti dalle sue crisi in attesa di una più adeguata comprensione. Ma furono due gli eventi che ci dettero fortemente e in maniera inedita il senso del “blocco” del nostro ospite: il primo fu costituito dal plateale sequestro di un autobus delle linee ATAC che, fermo al capolinea, Bernardo chiuse con alcuni malcapitati utenti, rimanendo al posto di guida, a motore acceso, per alcuni, interminabili, minuti. Il secondo fu una crisi in Comunità che venne sedata senza il ricorso a farmaci (rivelatisi peraltro del tutto inutili), ma con un dispiegamento di operatori ed ospiti impressionante: Bernardo venne seguito e rassicurato senza alcun contatto fisico violento e lo stesso psichiatra si adattò a percorrere il lungo corridoio della Comunità aiutandolo a superare i “tiraggi” che, quali raggi laser, gli impedivano di avanzare speditamente ed anche di vestirsi. In quelle occasioni venne compreso che il cognome materno, simile, in qualche modo, a Tiro e gli stimoli famigliari ad acquisire la patente di guida potevano ricorrere, in maniera commemorativa, all’interno di ogni singola crisi e a partire da questo occorreva “muoversi”. Naturalmente il ricordo di alcuni episodi dei film Il grande cocomero e Spider completarono il quadro connesso al “dare spazio” alla crisi di Bernardo che, dopo questi episodi, fu libero di cominciare a muovere i primi passi autonomi verso un percorso di integrazione.

Daniel Stern (1987) descrive come “spazio interpersonale” quello spazio di rispetto che esiste intorno ad ogni essere umano e che è predisposto e determinato a livello genetico, relazionale, sociale e culturale.
Come è mostrato dall’esempio precedente, tale spazio può essere lesionato nei nostri pazienti a causa della persistenza di continue violazioni da parte delle figure di riferimento, in particolare da parte di una madre disturbata.

Il lavoro di gruppo, nelle sue componenti più marcatamente non verbali, sembra volto a ricostituire il valore di un proprio spazio privato e a renderlo più immune rispetto alle intrusioni.

Nel dare spazio su un grande foglio di carta comune alle singole produttività dei vari partecipanti si tende, quindi, a lavorare sul senso degli spazi bianchi, gli spazi liberi di rispetto che, come il silenzio, segnalano la necessità della distanza fra le persone. L’analogia dell’insegnamento della musica ai bambini è molto forte: solo attraverso il rispetto delle pause di silenzio è possibile imparare a riconoscere dapprima il ritmo del proprio cuore e, poi, quello degli altri.

Piera, 55 anni, con una lunga storia manicomiale alle spalle, riesce a fatica ad arginare gli stati di eccitamento, malgrado la pesante terapia farmacologia; ogni mattina compie un numero spropositato di docce e si cambia d’abito, cercando di cambiare pelle (Anzieu, 1985), una decina di volte in sole due ore. Con grande fatica riesce a partecipare al gruppo del disegno e ad accettare una scansione del fumo delle sigarette (è portatrice di una grave broncopneumopatia ostruttiva); ci rendiamo conto, tuttavia, che moltiplica le intrusioni nello spazio altrui chiedendo sigarette ai tirocinanti e agli altri ospiti e fumando di nascosto sporgendosi dalla finestra della sua stanza. Ma soprattutto, quando si avvicina un momento più critico, parla in continuazione e saluta tutti quanti decine di volte, senza ricordare di avere ricevuto una risposta. Solo dopo un anno di ricovero in Comunità comincia riconoscere lo spazio e la presenza degli altri.

I processi transizionali sono impensabili senza uno spazio condiviso che sia attraversato da una intenzione di significato che ogni figura terapeutica deve incarnare nella complessa e doppia interazione fra dare spazio e dare contenimento e grazie alla funzione della rêverie.

Eolo, 70 anni, soprannominato “il Principe” era il decano dei ricoverati del padiglione 32 del Santa Maria della Pietà di Roma e questo nel 1978, nel momento del passaggio della legge 180. Molti dei suoi racconti filosofici si sono, ovviamente, persi nella indifferenza istituzionale del manicomio, ma questo è stato possibile raccoglierlo dal momento che uno di noi, alle prime armi nel campo psichiatrico, era rimasto colpito dal fatto che ogni mattina distribuisse, quasi si trattasse di un rituale eucaristico, sei mezze tazzine di caffè ad altrettanti ospiti trascurando, spesso, lui, di berne una. Interrogato al riguardo rispose più o meno così: “Si tratta della applicazione del mio Sistema Marchigiano. E’ evidente che le Marche stanno in Italia e, quindi, io ho dovuto pensare ad un sistema nostrano per sopravvivere in questo luogo in quasi cinquanta anni: ebbene se tutte le mattine faccio una macchinetta di caffè da tre e, divisala in sei mezze tazze, senza invidia, la distribuisco, casualmente, a tutti, amici e nemici, simpatici e antipatici, belli e brutti, io finisco per “marcare” la macchinetta del caffè, la tazza e la mezza tazza, le 100 e le 50 lire e, faccio per dire, posso risalire ai milioni e – perché no? – ai miliardi. Allo stesso modo avrete notato che non fumo mai una sigaretta intera, ma la divido in due parti: la seconda parte è per l’amore mio Concettina, anche quando non c’è o sta male, ma così io marco i cinque minuti della mezza sigaretta, le ore e i minuti che devo vivere ancora e così evito di suicidarmi”.

Ogni racconto è il prodotto di una complessa esperienza che completa il rapporto fra dare spazio e dare contenimento con la funzione della rêverie (Di Chiara, 1994) nella mente dell’operatore e, più in generale, dello staff. Ogni équipe, se lavora bene, finisce per possedere una grande massa di racconti che ci piace immaginare essere analoga alla grande massa di disegni contenuti in un cassone ai quali tutti i membri di una bottega di pittore del cinquecento e del seicento poteva attingere nel suo lavoro.

La storia del gruppo disegno.

Il laboratorio del disegno è uno dei gruppi storici della comunità e può rappresentare un esempio calzante di come gli inevitabili cambiamenti interni ed esterni alla struttura (ingresso ed uscita degli operatori; situazioni psicopatologiche diverse e complesse; stati emotivi del gruppo di lavoro legati alla situazione istituzionale contingente), unitamente a differenti modalità esperenziali e personali di condurre e concepire un laboratorio, possano profondamente trasformare il gruppo stesso in termini di tipologia e di toni affettivi di base corrispondenti.

Fino al 2002 il gruppo era condotto da un operatore che ha contribuito alla fondazione del gruppo di lavoro della Comunità. Il laboratorio aveva essenzialmente una finalità di tipo espressivo non interpretativo e voleva intendersi come spazio non giudicante, linea di confine tra accettazione del delirio e della follia e di integrazione con aspetti reali forniti dalla testimonianza e dalla presenza del gruppo stesso così come dalla ripetizione settimanale dell’incontro incorniciato in uno spazio ed un tempo definiti e sempre uguali. Veniva così privilegiato esplicitamente, in sintonia con il momento storico della Comunità, il tema del “dare spazio”.

Enzo, un paziente schizofrenico di 50 anni veniva ogni martedì a disegnare le sue linee incrociate verdi, rosse e nere, incapace di visualizzare e concettualizzare un’immagine nella sua mente prima di poterla disegnare. La sua partecipazione in quel periodo si limitava a questo. Per lui la funzione terapeutica del gruppo risiedeva proprio nel riconoscersi settimanalmente in uno spazio ed in un tempo, ricevendo una totale accettazione e riconoscimento della propria visione e rappresentazione della realtà così scarna e primitiva. Enzo si sentiva riconosciuto dal gruppo e la sua produzione artistica, sempre uguale a se stessa, rappresentava e testimoniava il suo modo di stare. In questo periodo i tirocinanti che partecipavano al gruppo svolgevano una funzione di facilitazione e di stimolo sull’espressività, una sorta di funzione ponte tra l’istituzione e l’esterno.

Accoglienza e contenimento costituivano i due elementi fondanti. Il laboratorio voleva essere uno spazio in cui accettare la propria visione del mondo, sentendosi liberi da ogni giudizio. Il gruppo era testimone partecipe del lavoro di ognuno che non veniva commentato pubblicamente ma a tu per tu con il conduttore.

Mensilmente si effettuava una supervisione specifica sulla produzione artistica degli utenti volta per lo più ad individuare elementi profondi ed inconsci espressi nei disegni. Nessun rimando interpretativo veniva fatto agli utenti; piuttosto si cercava di collegare modalità e temi di produzione passati a quelli presenti, nel tentativo di costruire una propria storia affettiva personale e di partecipazione al gruppo, attraverso una continua funzione di rêverie. Al centro dell’intervento riabilitativo, il riconoscimento dello stato emotivo predominante di quello specifico incontro veniva dunque condiviso e rimandato in una cornice attuale e passata. L’obiettivo era eminentemente clinico ed i dati raccolti erano per lo più utilizzati per seminari specifici su temi psicopatologici o per discussioni su singoli casi.

Maria, una paziente bipolare di quasi quarant’anni sufficientemente compensata, malgrado una impressionante storia psichiatrica, amava rappresentarsi sempre nei suoi disegni insieme al suo compagno e narrava, per così dire, gli sviluppi della sua storia amorosa, tutt’ora in corso, così come le difficoltà ed i desideri. Per lei il laboratorio rappresentava uno spazio terapeutico con una importante funzione di specchio e di rimando della sua esistenza. La sua capacità di rappresentare e rappresentarsi era tale da rendere il significato dei suoi disegni accessibile, fruibile e confrontabile.

Lo strumento del disegno ha rappresentato e rappresenta tutt’ora uno spazio transizionale, esterno al proprio sé e nello stesso tempo frutto di qualcosa di interno. L’immagine diventa strumento di comunicazione, difesa e nascondiglio di ciò che non si può o non si riesce ad esprimere verbalmente; l’immagine è un continuum fedele tra il mondo interno ed il mondo esterno. Questa dimensione, alla stregua delle qualità dell’oggetto transizionale definito da Winnicott (1965), ha una qualità ambigua e paradossale che lascia in sospeso una definizione precisa e che in questo ritrova la dimensione riabilitativa. Tale dimensione corre parallela a ciò che accade nel gruppo quando si accoglie il prodotto della creatività di ognuno dei partecipanti lasciandolo senza una precisa definizione in bilico tra realtà e fantasia, tra allucinazione e realtà.

In questa fase del gruppo non si è data importanza alla scelta di un tema comune, alla discussione dello stesso, all’aumentare le capacità pittoriche e figurative dei pazienti; in primo piano c’era invece la possibilità di esprimere e vivere emozioni e parti di sé attraverso il disegno, come mezzo alternativo a quello verbale.

Paolo, quarantacinquenne alcolista ed ex barbone esprime tutto il suo delirio esistenziale in una perpetua dicotomia tra male e bene, tra maschile e femminile, costruendo personaggi fantastici con cui nella realtà si identifica fortemente e che ciclicamente lo consigliano, indirizzano, perseguitano con il variare perpetuo degli anni e delle stagioni. La sua capacità di disegnare è notevole; Paolo applica sapientemente le regole della prospettiva e del chiaro scuro. In questo modo racconta e fa vedere ciò da cui si sente oppresso. Questa incessante e libera espressione di parti di sé, continuamente accolta e rimandata dal gruppo, ha probabilmente stimolato un processo di integrazione delle stesse parti, fino a fargli comprendere, più o meno un anno fa, che lo spazio del laboratorio per lui era concluso. I suoi fantasmi, seppur sempre presenti, sono ora sotto il continuo monitoraggio del proprio Io e possono così essere visti e non considerati allo stesso tempo, nel tentativo ultimo di trovare una mediazione con la quotidianità. Così lui stesso afferma di non aver più bisogno del laboratorio e lo definisce un qualcosa che gli scatena una forte ansia ed una ridondanza di “concetti mentali” che ora conosce e padroneggia.

Competizione e marketing

Da qualche tempo ci siamo resi conto di quanto le nostre azioni ed i nostri pensieri si siano lasciati permeare dal diffuso economicismo degli ultimi venti anni.

Gli studi di esito dei processi terapeutici e, più elegantemente, di out-come, ci hanno resi sensibili alle nostre azioni come una sorta di prodotto che, in quanto tale, ha un prezzo ed una appetibilità sul mercato.

Ai gruppi terapeutici si chiede, implicitamente, di essere “produttivi” e noi stessi abbiamo notato, nel corso degli ultimi dieci anni, come fra i vari gruppi attivati, nel tempo, in Comunità, si sia stabilita una sorta di competizione non solo nell’accaparrarsi i partecipanti, ma anche nell’attrarre i tirocinanti, volontari ed obiettori di coscienza validi e vivaci.

La competizione, naturalmente utile e lodevole, talvolta ha assunto aspetti veramente comici, soprattutto quanto, nel corso dei primi anni, ha coinvolto le fasce professionali attive in Comunità: è accaduto più volte che fosse l’infermiere ad osteggiare lo svolgimento dei gruppi terapeutici e terapeutico-espressivi condotti dallo psicologo agendo dei veri propri acting-out.

Uno dei fattori dominanti del mercato è la visibilità e la soddisfazione del cliente: i nostri obiettivi aziendali hanno privilegiato, in questi anni, la somministrazione di questionari molto sofisticati che permettessero di valutare la soddisfazione non solo dei nostri ospiti, ma anche quella dei loro famigliari.

Così come i nostri ospiti chiedono di essere consumatori informati di farmaci ed attività, allo stesso modo i conduttori dei gruppi avvertono il bisogno sempre più pressante di mostrare la produzione del proprio gruppo: avviene così che il gruppo della montagna (associato da anni al Club Alpino Italiano) sia molto sollecito nel cambiare le fotografie della gita mensile esposte nella bacheca all’ingresso e a pubblicizzare i propri seminari ed incontri a livello locale e nazionale; allo stesso modo il gruppo di lettura dei giornali aggiorna settimanalmente il puzzle di ritagli di giornale che viene confezionato al termine di ogni gruppo e che è uno dei luoghi più osservati nella Comunità; il gruppo del disegno, al centro della nostra riflessione, non si accontenta più di raccogliere periodicamente le diapositive di ogni singola produzione dei partecipanti, ma elabora e costruisce un evento espositivo settimanale collettivo che viene portato alla vista di tutti quanti al termine della attività ed esposto, per tutta una settimana, nella sala dedicata alle persone che frequentano solo di giorno la Comunità.

La quarta dimensione evidenziata da Rapoport nel 1960, ossia il confronto con la realtà (Reality Confrontation) ha incrementato la coppia efficienza-efficacia incurvandola verso gli studi di out-come, verso la promozione di ogni attività o anche, banalmente, verso il marketing. Centinaia di Centri Diurni e di Comunità Terapeutiche espongono le opere dei partecipanti ai vari laboratori con una vera e propria inflazione di disegni, ceramiche, fotografie e prodotti Video.

Il gruppo del disegno, e in parte quello della lettura dei giornali, pare essere quello che più vistosamente ha accolto, sul versante espressivo ed artistico, questa scommessa che, tuttavia, è propria anche del gruppo della manutenzione che mensilmente elabora una mappa concettuale del suo operare che, talvolta, si avvicina alla espressività di una opera d’arte di Kounellis.

Processi di cambiamento

Da novembre 2002 il laboratorio del disegno viene condotto da uno di noi in seguito alla fine del rapporto di collaborazione del primo conduttore del gruppo. Tale processo di passaggio di testimone si inserisce nel più amplio “ciclo vitale” dello staff della Comunità. All’interno della nostra struttura tali processi sono resi ulteriormente visibili e confrontabili attraverso periodiche supervisioni che si focalizzano sui rapporti esistenti tra gli operatori, tra gli stessi ed i responsabili della struttura e che comprendono inoltre delicati e fondamentali momenti di formazione, confronto, contenimento ed accoglienza del gruppo dei tirocinanti e dei volontari.

La continua attenzione posta sulla complessità delle relazioni e dei gruppi della Comunità ha consentito, nel tempo, la tessitura di trame e di livelli di intervento sempre più minuziosi e specifici in cui la dimensione della quotidianità, dell’espressività, dell’appartenenza e dell’abitare si intersecano vicendevolmente attraverso scambi e livelli di pensiero sempre più immediati e veloci tra i differenti gruppi.

In un incontro del gruppo disegno viene proposto da alcuni pazienti, che stanno attualmente facendo un percorso di riappropriazione di uno spazio abitativo più autonomo, di disegnare come si immagina la casa in cui si vorrebbe vivere, o per alcuni, la casa in cui si sta tornando. Dopo il gruppo gli operatori si riuniscono e parlano delle attuali condizioni abitative di ciascuno dei partecipanti. Le emozioni, i desideri, le difficoltà, così come la capacità di progettare e desiderare uno spazio proprio di alcuni vengono riportate poi al gruppo dei Visitors, cioè al gruppo di operatori della Comunità che svolge le visite domiciliari.

All’interno del gruppo del disegno è da sempre presente Agnese, una volontaria dell’Associazione Volontari Ospedalieri di Roma, associazione che collabora grazie ad una specifica convenzione con la nostra Comunità fin dalla fondazione. Agnese rappresenta la memoria storica del gruppo, riceve continue informazioni ed aggiornamenti sulle varie situazioni frenando in alcuni momenti il nostro ottimismo collegato all’inevitabile ciclicità dei livelli psicopatologici dei nostri pazienti e incoraggiandoci in altri momenti attraverso il ricordo di tempi lontani e cupi ormai superati. Due tirocinanti psicologi partecipano come figure di mediazione tra il gruppo di lavoro della Comunità e il gruppo degli utenti.

Parallelamente all’evoluzione del ciclo vitale dello staff, si è assistito ad una lenta rifondazione del gruppo caratterizzato da differenti modalità di conduzione e partecipazione.

Fin da subito è emersa la necessità di creare un maggiore confronto sul funzionamento gruppale e di indirizzo verso un’identità più definita di gruppo di lavoro, tentando di conservare contemporaneamente l’atmosfera di contenimento caratterizzante questo laboratorio.

Il primo ostacolo da superare è stato ovviamente il cambio di conduzione e di conseguenza di setting. E’ stato gradualmente proposto di disegnare tutti su di un foglio comune con l’obiettivo di creare in maniera sempre meno artificiosa, un confronto. Le resistenze sono state numerose.

Vittorio: “Vorrei, se fosse concesso, continuare ad esprimere in maniera personale ed individuale i miei contenuti artistici”

Claudio: “Dove finisce il mio spazio? Fino a dove posso disegnare?”

La continua alternanza tra simbiosi ed esclusione dalla relazione, così tipica dei pazienti schizofrenici incapaci di mediare tra sé ed altro da sé attraverso un processo maturo di simbolizzazione (Benedetti, 1991) ha creato non pochi problemi in un contesto dove veniva richiesto di “fare insieme” pur mantenendo, al contempo, un proprio confine. Con il tempo il gruppo, utilizzando alcuni strumenti, come una collocazione rigida dei posti a sedere, oppure la possibilità di definire dei limiti a matita sul grande foglio comune che consentissero la contemporanea definizione dei propri spazi, ha stimolato un graduale processo di condivisione. Attraverso questi strumenti difensivi il gruppo ha tentato di costituire una membrana a protezione di un sé privo della possibilità di esprimersi e presentarsi in maniera simbolica e dunque sempre esposto all’invasione fisica e concreta.

In questo percorso il fine principale è stato quello di sviluppare e potenziare un’attività cooperativa di confronto ed una comunicazione di tipo orizzontale tra i vari partecipanti; nella prospettiva di creare un gruppo di lavoro più definito e, nello stesso tempo, di utilizzarlo come membrana e ausilio del sé, siamo alfine arrivati alla progettazione di un tema comune. Al centro del foglio la conduttrice disegna un quadrato all’interno del quale ogni partecipante scrive una frase a testimonianza della sua presenza. Il quadrato dapprima è stato uno strumento di condivisione; nel corso dei mesi si è trasformato in un rituale di fine incontro e di raccolta delle immagini e dei significati emersi.

Attualmente si decide il tema la volta precedente per la successiva. Questa modalità crea uno spazio di attesa nel quale diventa possibile non solo utilizzare e scandire il tempo in senso stretto, ma identificarsi in un gruppo che attende di incontrarsi nuovamente. Oltre a ciò il concetto di attesa, fondamentale nei primi processi di sviluppo psicofisico del bambino, affinché si formi un pensiero e dunque la rappresentazione del concetto consente lo sviluppo della capacità di allucinare, immaginare, creare nella fantasia e alla fine dunque di simbolizzare un’immagine interna.

La possibilità di giungere ad un livello simbolico, di immaginare un tema, un incontro, un disegno, un’idea, viene utilizzata da alcuni utenti come possibilità di esprimere parti di sé anche aggressive e violente attraverso un disegno che riesce, come nel disegno infantile, a contenerle. Il grande foglio sembra avvolgere il gruppo come una “seconda pelle” (Bick, 1968; Anzieu, 1985).

La costruzione di uno spazio scenico

Una caratteristica tipica del gruppo del disegno è diventato il suo “uscire fuori” dal momento creativo individuale e gruppale per esporre agli occhi di tutti la propria opera.

Nel fare questo viene a stabilirsi un nesso di continuità fra interno ed esterno, fra momenti terapeutici e momenti riabilitativi; il grande foglio bianco, lavorato a tecnica mista da tutti i partecipanti, orna per almeno una settimana la grande parete della stanza nella quale riposano gli ospiti in semiresidenzialità, ma già si pensa che possa seguire altre vie ed andare a ornare, per esempio, le pareti delle case di alcuni ospiti che sono già usciti dalla Comunità.

L’aspetto più stupefacente è costituito dal fatto che il prodotto artistico collettivo è opera di pazienti che – da soli – non posseggono, in molti casi, uno spazio psichico interno sufficiente a tollerare il lavoro di va e vieni fra esperienze passate e presenti, fra interno ed esterno.

Il gruppo terapeutico, integrato con gli altri gruppi e con il gruppo multifamigliare, tende a lavorare sempre più come una area transizionale nella quale il gioco si alterna alla espressività ed alla creatività artistica grazie alla utilizzazione del mondo esterno in funzione delle diverse personalità in campo.

Ogni gruppo terapeutico ha sempre più lavorato, in questi anni, nel costruire uno spazio scenico quasi cercasse di mettere in atto la raccomandazione di Kernberg (1998) di “aver cura dei confini” come atto fondante la terapeuticità di una Comunità Terapeutica. La cura dei confini non è semplice cura del setting, ma è assidua cura ad interpretare lo scivolamento dei gruppi nel funzionamento secondo gli assunti di base della dipendenza, dell’accoppiamento e dell’attacco e fuga.

Naturalmente il sollievo di poter pensare e la scoperta della dimensione collettiva ed identificatoria sono sempre minacciati dal bisogno onnipotente della psiche di essere proprio principio e fine.

Al contrario il portare il proprio disegno nello spazio del gruppo e, addirittura, su un unico grande foglio di carta bianca, permette di confrontarsi con il tema della fiducia: fiducia nel fatto che i propri pensieri e le proprie creazioni vengano manipolati, modificati, trascurati, attaccati, arricchiti o esaltati dagli altri in base al principio della intersoggettività che, secondo Käes (1993) costituirebbe il fondamentale processo inconscio che starebbe alla base dell’apparato psichico.

In questo senso vi sarebbe un sostanziale isomorfismo fra apparato mentale individuale e gruppale e il prodotto del gruppo verrebbe spinto da tre potenti forze congiunte:

  1. la scoperta di nuove aree di apprendimento dalla esperienza (dimensione epistemofilica)
  2. il rinnovarsi della attività collettiva di reverie (con un continuo va e vieni fra la comunità degli ospiti, quella degli operatori e quella dei parenti e dei visitatori)
  3. l’immersione in un bagno di racconti e di storie (dimensione della narratività).

A queste tre forze in vario modo produttive va aggiunta, per ciò che concerne la dimensione creativa del disegno, la dimensione connessa con la fruizione non produttiva del godimento estetico che l’opera d’arte porta sempre con sé.

Nello spazio scenico della Comunità Terapeutica si avverte spesso una grande fame di musica, di poesia e di racconti, anche umoristici: la memoria si configura non come copia di esperienze, bensì come ricostruzione dinamica in base alle categorie immaginative della mente (Modell, 1984).

Non a caso spesso avviene che i nostri tirocinanti ci vengano a “chiedere delle storie”, soprattutto quando sono stanchi e affaticati per l’intreccio delle identificazioni proiettive patologiche e normali e comincino presto a comprendere che il processo di apprendimento avviene, nella lettura di un testo (articolo scientifico o cartella clinica) nel momento in cui ci si arresta e si inizia ad associare liberamente, per lo più del tutto inconsapevolmente.

D’altra parte al termine del mese di agosto i nostri ospiti aspettano con impazienza la ripresa delle attività dei gruppi non solo per attingere dai racconti degli altri (operatori, volontari e tirocinanti), ma per raccontare essi stessi cosa è avvenuto, d’estate, nel corso delle attività dei gruppi estivi (soggiorni e gite).

Si tratta di sperimentare una continua oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia (Fachinelli, 1986) grazie alla scoperta del piacere del movimento psichico che si può compiere senza timore di smarrirsi.

Obiettivi attuali del laboratorio

Il laboratorio segue due linee fondamentali rispetto agli obiettivi da perseguire. Da un lato è stato privilegiato l’aspetto di cooperazione di un gruppo che si riunisce per una attività, utilizzando gli aspetti transferali di appartenenza e di condivisione attraverso un fine comune ed esplicito che è quello di costruire un evento unico ed irripetibile come un’opera d’arte che lascia di sé una traccia concreta e storicamente documentata.
D’altro canto il disegno viene utilizzato in maniera specifica e differente da ogni singolo utente, in base alle proprie caratteristiche caratteriali e psicopatologiche, alla possibilità di esprimersi creativamente, al livello di bisogno di difendersi dalla comunicazione. In questo senso la funzione delle covisioni, a cadenza mensile, si è focalizzata anche sull’individuazione di finalità e tipi di percorso per ciascun utente.

Abbiamo di conseguenza individuato delle tecniche e dei percorsi specifici, congrui e paralleli al percorso riabilitativo globale dell’utente all’interno della Comunità, volti a stimolare e vivacizzare delle capacità creative ed espressive rispetto alla propria personalità e alle caratteristiche psicopatologiche.

Questo processo è stato reso necessario a partire proprio dai differenti livelli di integrazione di ognuno e dalla complessità originata dalle diverse psicopatologie presenti. Era nata l’esigenza di trovare degli indici di comprensione maggiore rispetto al percorso di ognuno, generalizzabili però all’intero gruppo. In questo senso l’applicazione di specifici interventi, modulati finemente nella relazione conduttore – utente, se da un lato ha contribuito a sviluppare un percorso personale di ognuno, dall’altro ha contemporaneamente incrementato l’identità del gruppo, definendo ruoli, caratteristiche, modalità di produzione di ciascuno al suo interno.

Fabrizio è un paziente di 40 anni; in lui i livelli di scissione e di non integrazione tra aspetti di rabbia e aggressività e aspetti miti e affettivi è altissima. La sua produzione si focalizza principalmente o su disegni di paesaggi, albe o tramonti dai colori accesi, oppure sulla minuziosa e ossessiva creazione di figure geometriche chiuse che Fabrizio costruisce mano a mano che disegna, aggiungendo linee, chiudendo spazi; tale produzione assume un assetto marcatamente claustrofobico. La nostra ipotesi di lavoro durante le supervisioni è che i disegni così impersonali di paesaggi e orizzonti rappresentino la sua aderenza ad aspetti puramente formali privi di un contenuto emotivo ed espressivo particolare. La produzione di figure geometriche sembra maggiormente rappresentare gli aspetti ossessivi e di chiusura difensiva che Fabrizio mette in atto per proteggersi da contenuti emotivi che probabilmente sente come pericolosi. Abbiamo collegato tali aspetti principalmente al controllo di emozioni forti come la rabbia e come vissuti di scissione di tipo persecutorio per i quali il paziente ha bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi, in santi e diavoli. L’immagine di una Comunità integrata in cui tutti gli operatori lavorano in una sola direzione, nel tentativo di stimolare in lui un’immagine intera, porta Fabrizio a chiudersi o ad avere forti reazioni di aggressività il cui tentativo di controllo viene espresso anche attraverso i suoi disegni. L’intervento della conduttrice si focalizza allora principalmente sulla possibilità di aprire degli spiragli in queste fortezze chiuse e di suggerire a Fabrizio la possibilità di sopravvivere alla chiusura attraverso un contenimento da parte del gruppo. Il paziente stesso paragona questi costrutti geometrici chiusi con la sua testa imbrigliata di pensieri che non possono uscire. Dopo il primo disegno geometrico, si è cercato prima verbalmente e poi attraverso un intervento grafico di lasciare degli spazi aperti. La prima volta Fabrizio aggiunge una linea tratteggiata alla geometria, a cui la conduttrice aggiunge un aquilone, segno di libertà. Successivamente è il paziente stesso a trovare dei significati e delle immagini di animali per lo più all’interno dei suoi disegni che tentano di districarsi, a suo dire, dalla figura geometrica che li ingloba. Così escono per metà delle farfalle. Successivamente Fabrizio crea un pesce che è praticamente fuori dal disegno. In seguito a questa produzione si assiste ad una mancata partecipazione dell’utente. La nostra ipotesi è che Fabrizio stia passando un momento di regressione; accanto a ciò si sottolineano gli aspetti ambivalenti della sua personalità che si alterna tra momenti di compiacenza e partecipazione attiva a momenti di distruttività e rabbia. Fabrizio pare si sia sottratto alla possibilità di cambiare qualcosa nella fissità del suo costrutto, in linea con il suo bisogno di sentirsi e di riconoscersi come malato molto grave e particolare. Ritorna nell’ultimo incontro chiedendo se la prossima volta potrà essere presente e partecipare al gruppo disegnando delle figure geometriche.

Attualmente Fabrizio continua nelle sue produzioni geometriche ma sta cambiando il modo di scrivere nel quadrato a fine incontro. I suoi contributi erano solitamente di questo tipo: “Figure geometriche in espansione”. Fabrizio ha invece ultimamente iniziato a scrivere nel quadrato pensieri suoi.

Abbiamo ipotizzato che la stereotipia delle creazioni di Fabrizio, ripetute nelle stesse modalità per molto tempo, possa avere una funzione di contenimento e di conferma della stabilità, e dunque della durata della relazione, il cui cambiamento potrebbe essere vissuto come perdita irrimediabile. Auspichiamo che attraverso questa continua ripetizione, Fabrizio riesca a raggiungere una prevedibilità tale all’interno della relazione, da operare una trasformazione creativa.

L’individuazione di percorsi specifici per ogni singolo utente e dunque la personalizzazione della partecipazione di ognuno, ha comportato delle modificazioni del setting e della modalità di condurre il gruppo, cosicché la psicologa ha iniziato ad intervenire e collaborare nei disegni degli utenti, oltrechè a disegnare lei stessa per associazione libera con il tema e l’andamento del gruppo. Questa novità ha portato non pochi quesiti: dove tracciare il limite tra la libera espressione degli utenti e la direttività del conduttore? Fino a che punto si può comprendere che cosa l’utente sta tentando di esprimere? Quali sono le sue difficoltà del momento? In che misura si può intervenire per non rischiare di invadere? La questione sembra molto delicata perché fa più riferimento ad una sensibilità e ad una modularità continua o anche per altri versi speculare all’interno della relazione ed in una dimensione temporale che fa riferimento al qui ed ora, piuttosto che ad una tecnica applicabile sempre e comunque.

L’intervento della conduttrice è dunque legato principalmente ad un innesco relazionale che tende a creare un dialogo per immagini, sostituendo la parola con la figura creata ed il piano concreto con quello simbolico. E’ un’operazione delicata che rischia ogni volta di assumere un significato principalmente per il conduttore più che per il paziente se non si sta attenti a seguire e non anticipare ciò che si sta venendo a formare nell’atto creativo.

Il punto focale di questa tecnica, che si richiama a quella del disegno speculare progressivo di Bedetti e Peciccia (1995), si basa sul fatto che il terapeuta interviene attivamente nel disegno del paziente o sulla stessa immagine oppure disegnando reciprocamente. Questa tecnica è finalizzata a stimolare la rielaborazione dei contenuti tramite il processo secondario, utilizzando il processo primario insito nella creazione libera di immagini. E’ un tentativo di giungere ad un livello simbolico non attraverso un linguaggio verbale, che spesso negli psicotici mantiene una valenza concreta, ma un linguaggio figurativo, più vicino all’inconscio. Gli autori si focalizzano in particolare sul tentativo di trovare una giusta distanza, una mediazione tra la simbiosi psicotica e la totale separatezza relazionale. Questa dicotomia, insita nell’esigenza di proteggere un sé fragile e contemporaneamente di affondare nell’altro per cercare disperatamente pezzi di identità propria, caratterizza il paziente psicotico e nell’ipotesi di lavoro, può essere modulata attraverso una distanza concreta che è quella del foglio e che protegge l’utente rendendolo, al contempo, partecipante attivo del “dialogo creativo”.
Gli operatori e soprattutto la conduttrice del gruppo fungono da memoria autobiografica nell’incontro (Correale, 1991) proprio grazie al fatto che posseggono una conoscenza storica del paziente. In tal senso si può operare una distinzione fondamentale, all’interno dei gruppi espressivi e riabilitativi tra operatori, volontari e tirocinanti; questi ultimi, dotati di una visione più “ingenua”, sono in grado di cogliere spesso gli aspetti più creativi, mentre la conduttrice serba la memoria di una struttura psicologica e psicopatologica più generale. Dal dialogo tra queste due visioni emerge uno degli aspetti più fecondi della relazione con il gruppo.
Si tratta di lavorare come in un sistema cartesiano là dove l’asse orizzontale delle ascisse rappresenta la continuità del gruppo e, nella più ampia dimensione della Comunità Terapeutica, dei gruppi che giungono a dialogare l’uno con l’altro; l’asse delle ordinate, verticale, rappresenta l’attenzione costante al singolo partecipante, alla sua espressività e alla sua storia.

Supervisione e covisione

Uno dei “lavori di Sisifo” che caratterizzano l’attività dello staff in Comunità Terapeutica consiste nel garantire vari livelli di supervisione non solo delle vicende cliniche dei singoli pazienti, ma anche delle relazioni all’interno della équipe terapeutica e, soprattutto, delle attività dei gruppi. Per motivi di spazio e pertinenza non tratteremo i primi due tipi di supervisione, ma concentreremo la nostra attenzione sul lavoro di riflessione sulle attività dei gruppi.

E’ in questo tipo di lavoro che si compendia uno dei fulcri della terapeuticità di una struttura comunitaria: non si tratta solo di cogliere nuovi significati o informazioni, bensì di percepire, attraverso la forma della comunicazione, l’emergenza di affetti vitali che la psicosi ha bloccato o distorto (Correale, 2002).
Lo stile rigido e cristallizzato dei gruppi di psicotici cronici tende un poco a sciogliersi nei gruppi più marcatamente espressivi, come quello del disegno, e si percepisce soprattutto nella sua valenza difensiva rispetto alla emergenza della area traumatica che induce terrificanti effetti di depersonalizzazione (Kanas, 1996).

Sul versante clinico ci è sembrato opportuno evidenziare come lo staff, attraverso il suo mutare storico e grazie a sempre più raffinate forme di conoscenza e mentalizzazione, sia riuscito a cogliere e tollerare profondi stati di aggregazione e disaggregazione della mente.

Ma vediamo come la supervisione si è andata strutturando nel tempo: in una prima fase è parso opportuno comprendere quanto ogni singolo membro del gruppo andasse producendo anche in sintonia con la fase di apertura della Comunità Terapeutica. Molte opere venivano commentate e si cercava di coglierne il senso all’interno della fase di accoglienza dell’ospite e della elaborazione del suo progetto terapeutico. Naturalmente ogni opera veniva, con cadenza mensile, fotografata in diapositiva e spesso utilizzata nell’ambito di singole supervisioni del caso clinico in esame. Tutto ciò ha prodotto una mole impressionante di lavori, ma anche il senso che si perdesse qualcosa di importante, mentre la stessa creatività dei pazienti veniva come stressata, o meglio si andava creando il sottile pregiudizio che la creatività avrebbe condotto ad una accelerazione dei processi di cura (Ferro, 1996).

Emendandoci da questo pensiero abbiamo pensato di ricorrere ad una fase di covisione, inaugurando, in altre parole, uno scambio di supervisioni fra diversi operatori della Comunità accomunati dal fatto di condurre, ognuno distintamente, un diverso gruppo terapeutico o terapeutico-espressivo, o terapeutico-riabilitativo.

La ricchezza e complessità di questa esperienza ci ha convinto della opportunità che la covisione rimanga come patrimonio stabile della Comunità in considerazione anche del fatto che non esiste una unica formazione fra gli psicologi attivi nello staff, ma ognuno ha completato o sta completando una sua formazione o nel campo analitico freudiano o junghiano o nel campo comportamentale o relazionale.

A parere di chi scrive l’obiettivo non era quello di stabilizzare un eclettismo amorfo quanto quello di creare una comunicazione transteorica che portasse alla edificazione di una mente comune in grado di raccogliere i portati del flusso comunicativo comune e ne cogliesse le ricorrenze, gli stili e le lacune da un gruppo all’altro. Si è cercato, così, di potenziare l’asse orizzontale cogliendone l’andamento ondulatorio.

Ovviamente il potenziale di raccolta dei singoli elaborati e delle singole comunicazioni di un dato paziente hanno assunto una nuova dimensione così come ha assunto una ben diversa spettacolarità la visione dei campionati automobilistici e soprattutto di quelli di Formula Uno da quando è possibile raccogliere perfette immagini riprese dalle singole vetture nelle varie fasi della corsa.

Verrebbe da dire che “sembra di esserci” e questo è un fatto stupefacente dal momento che ogni gruppo terapeutico con schizofrenici rischia di rinchiudersi in una sorta di linguaggio solipsistico e, alla lunga, incomprensibile.

La covisione non elimina la necessità di una supervisione della capacità di cogliere i complessi elementi del funzionamento, ma la potenzia e la indirizza. Ciò che più colpisce è il fatto che dall’intreccio di supervisione sul gruppo e di covisione emerge una capacità inedita di sopportare l’ambiguità e di non cadere in facili idealizzazioni dei portati artistici dei pazienti.

Si accennava, all’inizio di questo paragrafo al lavoro di Sisifo che è costituito da questa doppia attività dal momento che continuamente appare come in bilico, sopraffatto dai problemi istituzionali e burocratici, ma, per ciò stesso, sempre più necessario e prezioso.

E’ come se l’espressività terapeutica dei nostri pazienti venisse accolta e valorizzata attraverso una infinita serie di rimandi; raccolta sul grande foglio settimanale, tale produzione viene ammirata, commentata e ripresa in parte o totalmente all’interno del sistema delle covisioni dove assume un significato nuovo anche la dimensione “verticale” relativa al singolo partecipante.

Lo strumento della covisione nel laboratorio del disegno

Al raggiungimento degli attuali obiettivi del laboratorio, ha contribuito molto il confronto mensile attuato con un altro operatore della Comunità, conduttore a sua volta di un laboratorio di coro. Come accennato sopra, questi incontri si basano fondamentalmente su di un confronto emotivo e controtranferale dei conduttori, rispetto alla atmosfera ed al tono gruppale di base, così come ad uno più specifico monitoraggio della situazione riabilitativa dei nostri ospiti. Per ciò che concerne maggiormente le finalità del nostro scritto, concentreremo l’attenzione sulle nostre riflessioni rispetto all’evolversi della dimensione gruppale ed ai vari cambiamenti avvenuti nel corso del tempo.

Durante i primi incontri ci siamo spesso domandati, insieme al nostro covisore, in che maniera poter sentire la presenza di un gruppo, come valutare gli indici di cambiamento terapeutico ma soprattutto come favorire un processo di identificazione e di appartenenza all’interno del gruppo stesso.

La produzione artistica di per sé ha implicita una dimensione di forte individualità. Il silenzio, il rispetto per la persona che sta producendo un disegno, l’incomprensibilità momentanea o prolungata del significato del disegno creato, ci sono sembrati inizialmente elementi disgreganti. Abbiamo allora pensato di introdurre stimoli nuovi, per lo più verbali e strumenti di maggiore definizione del setting, nel tentativo di creare una circolarità emotiva e di espressione di significato. Molte fasi si sono dunque avvicendate nel tentativo di costruire o reperire quegli elementi di terapeuticità che stimolano la creazione dell’identità di un gruppo riabilitativo così come la sua trasformazione nel tempo.

Abbiamo introdotto il foglio unico su cui disegnare che scandisce un’attesa comune di fronte ad un vuoto bianco che ognuno contribuisce a riempire con aspetti di sé nel rispetto dei confini dell’altro, ma anche in una condivisione differente rappresentata da un quadrato inserito al centro del foglio in cui ognuno scrive qualcosa del suo disegno, fungendo da innesco di un processo metacognitivo e di sintesi. La scrittura rappresenta infatti la possibilità e la libertà di esprimere gradi differenti di significato da condividere con il gruppo. Recentemente infine, sono stati introdotti spazi differenti di pensiero che consentono di “preparare” ed incanalare la creazione del disegno. Viene deciso un tema comune la settimana prima per la successiva, così come all’inizio del gruppo ognuno scambia delle idee rispetto alle modalità personali di svolgimento di tale tema. Alla fine, la ritualità di rendere visibile il foglio disegnato, appendendolo su di una parete, crea un momento di forte reciprocità e complicità tra i partecipanti che si riconoscono vicendevolmente come gruppo che ha prodotto significati personali attraverso il disegno.

All’interno della covisione è stato importante analizzare anche i nostri vissuti emotivi rispetto all’esperienza del disegnare. Abbiamo così sperimentato con mano la difficoltà di trovarsi di fronte ad un foglio bianco da riempire insieme ad altre persone che ti osservano. Siamo così riusciti a comprendere che la comunicazione nel nostro gruppo passa attraverso i gesti e le immagini e non attraverso le parole che non sono immediatamente comprensibili.

L’introduzione di elementi di aggregazione gruppale merita una doppia lettura: da un lato, come già esplicitato, ha una finalità aggregativa per la creazione di un gruppo di lavoro; d’altro canto rappresenta una modalità difensiva, nel tentativo di riuscire a trovare un significato nel marasma della psicosi e nella disgregazione di significati presenti nei disegni dei nostri ospiti. Riteniamo dunque che uno degli elementi trasformativi che consente al gruppo di sentirsi tale e di rifondare continuamente il laboratorio del disegno, consiste proprio nella nostra maggiore tollerabilità alla sospensione di un giudizio, così come al fatto di riuscire a tenere in mente un non significato, lasciandosi invadere dal mondo dei nostri utenti permettendo loro di essere accolti in una dimensione che si trova sospesa spesso tra l’incomprensibilità e la logica.

La possibilità dunque di sentirci “un po’ psicotici” mantenendo un assetto che consenta di non trovare immediatamente un significato e di tollerare l’ambiguità, è ciò che a nostro avviso rende possibile il manifestarsi poi, di momenti improvvisi di integrazione quasi magica in cui emerge un significato, in cui è presente una sintonia, un accordo, una comunicazione inconscia con i nostri ospiti. In questo senso importante risulta la funzione trasversale presente nella più ampia dimensione gruppale comunitaria, per cui la possibilità di tenere in mente aspetti impensabili diventa poi funzionale nel momento in cui tali significati si manifestano in altri gruppi e vengono elaborati e rimandati nel confronto gruppale dell’équipe.

In questo senso la funzione del contenimento e dell’accettazione della diversità e della follia, all’interno del laboratorio, si è andata mano mano trasformando nell’elemento principale terapeutico. La prima funzione riabilitativa del gruppo risiede proprio nell’accettazione del diverso, nella possibilità di condividere l’inesprimibile, nella capacità, maturata nel tempo, grazie anche agli incontri di covisione e alla certezza che tali significati emergeranno con l’aiuto degli altri gruppi della Comunità, di tollerare l’elevato grado di scissione, disgregazione, incomprensibilità presente nel gruppo.

Note

[1] – La genesi dell’art brut merita di essere ricordata: nel corso del suo servizio militare nel 1923 Jean Dubuffet venne destinato alla stazione di osservazione metereologica collocata sulla Tour Eiffel: in quell’epoca si cominciò a interessare alle opere della paziente Clementine. R., una demente visionaria che disegnava e interpretava la configurazione delle nuvole, ma fu solo nel 1947 che organizzò una mostra a Parigi che comprendeva opere di bambini, dilettanti e alienati mentali. Questo interesse era già stato condiviso dagli esponenti dell’espressionismo, del cubismo e, ancora prima, dai pittori fauves.
[2] – Hans Prinzhorn (1986-1933) giunse alla psichiatria dopo seri studi artistici ed estetici; a lungo tentò di diventare un cantante di successo, ma fu solo dopo lo sviluppo di problemi psichiatrici della seconda moglie subito dopo il loro matrimonio che decise di dedicarsi alla medicina e, quindi, alla psichiatria. Il dottor Willmanns, capo della Clinica Psichiatrica di Heidelberg, accolse il progetto di Prinzhorn di raccogliere (in soli tre anni) le opere artistiche degli alienati per lo più di lingua tedesca ricoverati in istituti della Germania, Svizzera, Austria ed Italia. Grazie alle sue accantivanti doti di scrittore il suo lavoro sull’arte degli alienati ebbe subito una grande diffusione anche in forza del suo assunto di base di origine, a ben vedere, tardo-romantica (ripreso dalle teorie vitalistiche e metafisiche dell’espressionismo): Prinzhorn considerava che gli artisti affetti da malattie mentali fossero come in uno “stato naturale” non corrotto dalla società (Ferrier, 1997). Paradossalmente la sua straordinaria raccolta venne preservata dagli stessi nazisti che ne utilizzarono alcuni esemplari per metterli a confronto con l’“arte degenerata” che includeva molte delle opere degli autori più significativi del ‘900. Del resto già nel 1921 nella clinica universitaria di Amburgo il professor Wilhelm Weyandt teorizzava circa le incontrollabili devianze che rilevava nelle opere di artisti quali Klee, Kandisinsky, Kokoschka, Cézanne, van Gogh, Schwitters e le assimilava a quelle dei “lunatici e dei folli”. Negli stessi anni in cui Prinzhorn compiva le sue ricerche la psichiatria si stava trasformando in Germania in un poderoso apparato di controllo sociale per cui non deve stupire che lo psichiatra Ernst Rudin potesse suggerire la sterilizzazione dei cittadini tedeschi “inefficienti” e, quindi, la loro soppressione. Appena giunto al potere Hitler raccolse l’idea provvedendo prima alla sterilizzazione di 375.000 cittadini e, successivamente, alla eliminazione di più di 600.000 “tarati mentali” definiti “errori genetici” (Tosatti, 1997).


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© Beatrice di Giuseppe, Giorgio Villa

 

 

Pubblicato come: Beatrice di Giuseppe, Giorgio Villa, “COME SI MODIFICA, NEL TEMPO, LA FUNZIONE TERAPEUTICA GRUPPALE IN UNA COMUNITA’ TERAPEUTICA”, Psichiatria e Psicoterapia (2005) vol. 24, N. 3, pp. 197 – 215.